Tiglio Rosso

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comunità minori presente dal 2008; si accolgono fino a 10 bambini e bambine su decreto del Tribunale o provvedimento d’urgenza. L’inserimento viene disposto se sussiste grave pregiudizio per i minorenni. La comunità è disposta su un unico piano.

L’appartamento, con accesso indipendente, è collocato al secondo piano ed è composto da una sala giochi, un’ampia cucina abitabile, 5 camere da letto e 1 stanza educatori, tutte con bagno. Al piano terra della struttura si trovano una stanza polifunzionale, utilizzata per la psicomotricità e per altre attività ludico-ricreative, ed uno spazio neutro, con accesso separato, per gli incontri protetti.

L’équipe, seguita da un supervisore psicologa psicoterapeuta, è composta da un coordinatore e 8 operatori con esperienza nella preparazione del minorenne e della famiglia a percorsi di rientro a casa, affido, adozione.

ALCUNE TESTIMONIANZE

il Tiglio Rosso è…

“…un contesto complesso, che mi fa pensare a: bambini, famiglia, bisogno di sostegno, difficoltà, maltrattamento, ma anche emozioni e speranza. Lavoro in una comunità dove generalmente arrivano bambini che hanno subito dei maltrattamenti fisici o psicologici, le cui famiglie si trovano in una situazione di difficoltà e non riescono a far fronte ai bisogni del bambino: i genitori vogliono bene ai loro figli, ma che non riescono a prendersene cura per i più svariati motivi.
Il rapporto degli operatori di comunità con i genitori dei bambini non è sempre semplice; li si incontra generalmente agli spazi neutri con il figlio. Bisogna imparare ad avere un atteggiamento non giudicante, a sostenere il bambino durante l’incontro ma anche a favorire una buona relazione con il genitore, cercando di instaurare un rapporto di minima fiducia e facendo capire che l’obiettivo comune è il benessere del bambino. E’ un lavoro che fa emergere le proprie più profonde emozioni, che ti fa vedere i possibili disagi della vita, ma ti stimola anche a cogliere tutti gli aspetti positivi che si nascondono nell’ombra. Ti aiuta ad essere speranzoso. E’ sicuramente un lavoro che ti riempie.”

“… un’oasi felice ma difficile, sia per i grandi che ci lavorano che per i bambini, perchè volente o nolente è qualcosa che ti cambia e ti attraversa: se decidi che ci stai, ti fai cambiare, ti fai attraversare da quella che è la comunità, ed è allora che vedi più la parte di oasi felice.”

“… vita, possibilità di una rinascita, non solo per chi diventa ospite, ma anche per un genitore a cui magari viene allontanato un figlio: è un’opportunità per entrambi. Per il figlio perchè prende la sofferenza come è stata fino a quel momento e riesce a trasformarla in qualcosa di positivo. Piccolo o grande che sia, perchè la trasformazione che si vede in questi bambini o ragazzi è veramente incredibile. E per un genitore, anche se magari è un po’ più difficile da farglielo capire, per rielaborare quella che è stata la loro storia di genitori, di figli e di conseguenza di quello che loro possono dare ai loro bambini.
Sarebbe bello che un genitore (e a volte succede… raramente, ma succede) si rendesse conto, elaborasse quello che è stato e dicesse: “ok, ho sbagliato., ma io me ne sono reso conto e quindi posso ripropormi in modo positivo”.
Mi piacerebbe trasmettere il messaggio che la vita di comunità non uccide, non è l’elemento finale, non è una cosa brutta: è semplicemente un momento di distacco, dove veramente la sofferenza che un bambino o un ragazzo ha provato può essere trasformata in energia positiva. Chi fa un percorso in comunità e riesce a trasformare un suo passato magari doloroso in qualcosa di costruttivo ed a farlo rifiorire, è da ammirare, non da provar pena. La comunità è una seconda chance, sia per i figli, sia per i genitori.
Se poi penso al tema della relazione tra genitore e figlio, è vero che in comunità ci sono gli educatori e che gli educatori hanno un ruolo diverso da quello di un genitore, ed è giusto che sia così. Però è anche vero che in quel momento noi educatori diventiamo i loro punti di riferimento. Un educatore lavora bene se sente quei bambini come propri, fa le cose che farebbe con i propri figli; ovviamente poi con una rielaborazione che è professionale. Però se non c’è quello scatto di genitorialità non esiste neanche il lavoro, non si può neanche partire. Se non ci metti quell’amore lì, è inutile.”

“… una casa, un luogo dove i bambini si fermano per un certo periodo di tempo, in modo da dare la possibilità ai loro genitori di lavorare su di loro e sul ruolo che dovrebbero svolgere come genitori, e allo stesso tempo dare ai bambini un ambiente sicuro e protetto in cui possAno crescere con degli adulti, gli educatori, che si prendono cura di loro.
Scopo della comunità quindi è dare del tempo ai genitori per riflettere e per cercare di cambiare, in modo che i loro figli possano tornare a casa con loro.”